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Nuovi studi per il trattamento del diabete 1

Lo studio di trattamenti per la gestione del diabete 1 rappresenta una frontiera molto importante per la ricerca italiana. Attorno a queste tematiche sta ruotando il IX convegno nazionale della fondazione Amd (Associazione Medici Diabetologi), in corso a Roma fino a domani.

Il vice presidente Amd Paolo di Bartolo, in un’intervista rilasciata ad Askanews, ha ricordato che il diabete di tipo 1, fino a poco tempo fa, era identificato come la forma di diabete insulino dipendente.

Nell’ottica di migliorare la gestione del paziente, Amd ha organizzato un evento, avente l’obiettivo di portare il focus sulla qualità delle cure e sulla sostenibilità dell’assistenza verso le persone che soffrono di diabete di tipo 1.

L’evento si terrà a Ravenna l’8 e il 9 marzo 2019 e renderà possibile l’approfondimento di diversi temi importanti, a cominciare dalle nuove cure per il diabete di tipo 1.b Si parlerà ovviamente anche degli approcci organizzativi più opportuni per fornire ai soggetti malati un’adeguata assistenza.

Come spiegato durante l’intervista dalla coordinatrice Amd, l’impegno dell’associazione si è concretizzato anche attraverso la creazione di un percorso diagnostico terapeutico assistenziale, caratterizzato da indicazioni molto importanti ai fini di un’assistenza ottimale ai soggetti che soffrono della malattia.

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Diabete di tipo 1: gli adolescenti possono ridurre il rischio di malattie cardiovascolari

Di diabete di tipo 1 si è recentemente parlato citando il ruolo dell’alimentazione e dell’esercizio fisico soprattutto per i pazienti adolescenti che, in questo modo, possono essere aiutati a prevenire in tempo l’insorgenza di patologie cardiovascolari.

Questi risultati sono le conclusioni principali di uno studio qualitativo, i cui dettagli sono stati pubblicati da poco sulle pagine della rivista scientifica Pediatric Diabetes. Lo studio è stato condotto da un’equipe medica del Joslin Diabetes Center di Boston, che ha esaminato le cartelle cliniche considerando in particolare il ricorso a farmaci ipolipemizzanti, senza trascurare aspetti come il livello di istruzione e l’eventuale presenza di casi di malattie cardiache in famiglia.

Tra le evidenze notate dagli autori, è possibile ricordare la scarsa informazione da parte degli adolescenti in merito alla malattia.

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